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Main Stage by ONESOLO #001 ONESOLO
C’è un momento preciso in cui Laurent Garnier ha smesso di essere un semplice appassionato di musica e ha capito cosa avrebbe fatto per il resto della sua vita.
Era il 1987, era all’Haçienda di Manchester, e il resident DJ Mike Pickering aveva appena messo su Love Can’t Turn Around di Farley Jackmaster Funk. Garnier, che fino a quel momento aveva lavorato come cameriere e cuoco per pagarsi i dischi, descrisse quella sera in un’intervista storica per Mixmag con parole che non lasciano spazio all’interpretazione: “Lo sai quando qualcuno ti dà un pugno forte? Ero in pista e ho sentito questo colpo enorme. Sono andato subito alla consolle, ho bussato alla porta dicendo: ‘Che roba è questa. Non avevo mai sentito niente di simile prima.'”
Da quel pugno sul dancefloor dell’Haçienda è nata una delle carriere più importanti nella storia della musica elettronica europea.
Laurent Garnier nasce il 1° febbraio 1966 a Boulogne-sur-Seine. Già nei primi anni Ottanta, ancora adolescente, inizia ad interessarsi di musica elettronica. Si trasferisce prima a Londra, poi a Manchester, suonando in piccoli club delle due città e facendosi riconoscere come uno dei primi a portare la house music prodotta negli Stati Uniti nel cuore musicale del vecchio continente.
Era solo un francese esiliato a Manchester, seguendo il cuore e lavorando nella ristorazione. Distribuiva le sue mixtape a chiunque, finché non catturò l’attenzione di Tony Wilson — il manager dei Joy Division, fondatore della Factory Records e padrone dell’Haçienda.
Sotto il nome di DJ Pedro, Garnier inizia a suonare all’Haçienda esattamente mentre il club sta diventando l’epicentro dell’esplosione acid house britannica. Era al Rex Club che Garnier aveva iniziato a fare sul serio come DJ, costruendo una reputazione per set eclettici e maratone notturne, affermandosi anche come produttore e A&R nel suo ruolo in F Communications.
Il collegamento con la storia che abbiamo raccontato nella serie Chicago chiama Europa è diretto e preciso: Garnier non era solo un testimone di quella rivoluzione — era uno dei suoi agenti. Divenne uno dei primi DJ a suonare dischi dei pionieri della Detroit techno come Derrick May e Kevin Saunderson — dischi che avrebbero reso quegli artisti americani delle leggende in Europa un decennio più tardi.
Nel 1988 Garnier è costretto a tornare in Francia per gli obblighi militari. Trova una Parigi musicalmente ferma, senza nulla che assomigli a quello che aveva vissuto a Manchester. La reazione è immediata e costruttiva.
Nel 1992 prende il controllo delle consolle del Rex Club di Parigi. Per le sue Wake Up parties invita — spesso per la primissima volta in Francia — i pionieri della techno e della house anglosassone: Juan Atkins, Jeff Mills, Carl Craig, Carl Cox. Tra chi lo affianca ci sono Pedro Winter, che avrebbe fondato l’etichetta Ed Banger dieci anni dopo, e Thomas Bangalter, futuro membro dei Daft Punk.
Le Wake Up parties al Rex Club non sono semplicemente una serie di serate dance. Sono il laboratorio in cui nasce la French Touch — quel sound che avrebbe portato i Daft Punk, Cassius, Air e tutto il movimento parigino degli anni Novanta a dominare la scena internazionale. Nel 1994, insieme all’amico Eric Morand, fonda la label F Communications, che fertilizza ciò che sarebbe poi diventato il French Touch, simboleggiato dal successo di Homework dei Daft Punk tre anni dopo.
Il catalogo di Garnier come produttore racconta una ricerca continua, mai soddisfatta da un singolo suono.
Acid Eiffel (1993) è il primo segnale: drum patterns di Detroit, pad trance-like, linee acid. Shot in the Dark (1994) è il debutto ufficiale. Ma è 30 (1997) il disco che lo consacra a livello globale — con Crispy Bacon e Flashback, i due brani che abbiamo analizzato nell’Anatomia di un Classico su queste pagine.
Unreasonable Behaviour (2000) è un album dall’umore oscuro e apocalittico. Il suo primo singolo era The Sound of the Big Babou; ma è The Man with the Red Face che raggiunge il pubblico più vasto — un brano con il suo sax spinto al limite, letteralmente fino a far pulsare le vene sulla fronte del sassofonista.
Il jazz entra sempre più nel suo vocabolario. A metà anni 2000 iniziano collaborazioni con jazzisti di fama mondiale come il pianista norvegese Bugge Wesseltoft e il solista di oud Dhafer Youssef. L’album The Cloud Making Machine (2004) è il punto di arrivo di quella fase. Tales of a Kleptomaniac (2009) chiude la decade con la stessa irrequietezza con cui l’aveva aperta.
C’è un altro capitolo nella storia di Laurent Garnier che merita attenzione separata: il libro.
Electrochoc — scritto con il giornalista David Brun-Lambert — è autobiografia, manifesto e storia della musica elettronica tutto insieme. Non solo per i clubber: anche un semplice appassionato di musica a 360° può trovare una miriade di spunti, da quelli più strettamente tecnici e compositivi fino a vedere raccontata in modo mirabile quella transizione che ha portato il mondo dell’indie rock a collidere con la nascente rivoluzione acid house.
Quello che rende il libro straordinario è che la passione di Garnier non impedisce di analizzare tutto e tutti evitando la superficialità. Si lascia la parola a Underground Resistance e Jeff Mills in due interviste bellissime, ma anche a James Murphy e — dato che può sorprendere — a David Guetta, inquadrato in modo onesto, senza sconti ma senza accanimenti.
Ci sono DJ che hanno fatto la storia restando fermi in un suono. E ci sono DJ che hanno fatto la storia spostandosi costantemente, trascinando il pubblico in territori che non conosceva ancora.
Garnier appartiene al secondo gruppo. Le sue residenze ai club iniziavano sempre partendo da qualcosa di rilassato ed eclettico, costruendo attraverso picchi e cadute di ogni genere immaginabile, per tutta la notte. Non era un formula — era una filosofia.
Una filosofia che ha lasciato tracce ovunque: nella French Touch che ha ispirato, nelle Wake Up parties che hanno formato una generazione, in Electrochoc che continua a essere letto come un manuale fondamentale. E in Crispy Bacon — una traccia techno da pista da ballo che, a quasi trent’anni dall’uscita, suona ancora come una domanda aperta.
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Scritto da: Redazione
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