C’è un brano all’interno dell’ultimo album di Rosalia, “Lux”, che si intitola Berghain.
Non è una citazione buttata lì per fare cool. Non è il solito pop star che usa l’estetica techno come costume da indossare per un ciclo promozionale. Quel titolo è una dichiarazione — e se segui la musica dance, vale la pena fermarsi a capire cosa sta dicendo.
Lux è uscito il 7 novembre 2025. È il quarto album di Rosalía, registrato con la London Symphony Orchestra, cantato in tredici lingue. Sulla carta sembra lontano anni luce da quello che è il suono di Radio Appalla. Ma “Lux” è un album che va ascoltato con le orecchie giuste — quelle di chi ha passato le notti in pista — e il discorso cambia.
Partiamo dall’inizio, senza snobismi.
Rosalía Vila Tobella, catalana, classe 1992. Ha preso il flamenco, lo ha smontato pezzo per pezzo e lo ha riassemblato con la logica di una producer: campionamenti, drum machine, production elettronica, R&B. Il risultato ha preso il nome di MOTOMAMI (2022) — tre Grammy, un’adozione entusiasta da parte della scena più avanzata in Europa e Sudamerica.
Non è una pop star che suona a fare l’artista. È una artista che sa anche fare la pop star, che è diverso.
Con Lux alza ulteriormente l’asticella: orchestra vera, arrangiamenti orchestrali scritti insieme a nomi come Caroline Shaw, contaminazioni pop ed elettroniche, riferimenti religiosi e, non ultimo, featuring di Björk e Yves Tumor. Se Björk è un punto cardinale dell’elettronica alternativa dagli anni ’90, Yves Tumor è probabilmente l’artista più interessante e inclassificabile dell’ultimo decennio — qualcosa tra industrial, glam e soul astratto. Tenerli tutti e due su un brano che si chiama Berghain non è casualità editoriale. È un messaggio preciso.
Berghain — il singolo — funziona su dinamiche lente e solenni. Archi che si muovono su pattern percussivi scolpiti, cori che si accumulano, una tensione che non si risolve mai in un drop facile.
È più vicino all’estetica di un long set techno alle 7 di mattina che a una hit da dancefloor classico. È musica che lavora sul corpo attraverso accumulo e rimozione, non attraverso il picco. Chi ha ballato al buio per cinque ore consecutive sa esattamente di cosa stiamo parlando.
Il video — regia di Nicolás Méndez — ha estetica da club: luce ridotta al minimo, riprese che pedinano i corpi in movimento, attenzione al gesto prima che al volto. Non c’è nulla di patinato.
Guardiamo la pista per quello che è: uno spazio rituale. Lo è sempre stato. Detroit, Chicago, Berlino, la riviera romagnola degli anni ’90 — la club culture ha sempre prodotto qualcosa che assomigliava a una messa, con i suoi rituali collettivi, le sue liturgie ritmiche, il suo senso di appartenenza che non hai bisogno di spiegare a parole.
Lux costruisce esattamente quella stessa sensazione usando altri strumenti: cori orchestrali invece di synth pad, archi invece di bassi sub, voci femminili tradizionali invece di loop vocali. La grammatica è diversa, l’effetto sul corpo è lo stesso.
Non è un album da mettere in rotazione su una web radio dance — e non lo faremo. Ma ignorarlo perché “non è roba nostra” sarebbe un errore di prospettiva.
Qui si smette di parlare di critica musicale e si entra nel pratico. Tre scenari concreti:
Aperture e chiusure di set. I movimenti orchestrali di Lux — in particolare Berghain — offrono materiale narrativo per intro e outro di set techno o house più concettuali. Quei palchi “art” dei grandi festival — il palco Red di Sónar, il Shelter al Kappa FuturFestival — hanno bisogno di momenti di transizione che abbiano spessore. Questo album ne produce parecchi.
Remix e rework. Berghain è già un candidato naturale per versioni club-ready. La struttura è aperta, gli spazi vuoti ci sono, la parte ritmica può essere estratta e trattata. Aspettiamo il primo producer che ci prova seriamente. Il brano regge.
Live ibridi con ensemble. La tendenza a portare archi e cori dentro i set elettronici torna ciclicamente — e dopo anni di brutalismo digitale, la domanda c’è. Lux potrebbe accelerare commissioni e booking per special show con ensemble dal vivo. Per un festival di fascia alta è esattamente il tipo di proposta che distingue un line-up da un altro.
Record Spotify per un album in lingua spagnola pubblicato da un’artista donna nel primo giorno. Cinque stelle da Rolling Stone UK. Best New Music da Pitchfork. Non è hype fine a se stesso: è il segnale che esiste un pubblico enorme, anche fuori dalla nicchia, disposto ad ascoltare musica complessa se viene confezionata bene.
Quella fame di complessità non è estranea alla dance. La nostra scena l’ha sempre saputo — i migliori DJ set non sono mai stati solo botte in faccia. Sono stati racconti.
Lux non entra nel clock di Radio Appalla. Non è dance, non è il nostro formato, non è quello che l’ascoltatore si aspetta quando accende la radio alle 8 di mattina per andare al lavoro.
Ma Rosalía che intitola un pezzo Berghain, chiama Björk e Yves Tumor, registra con un’orchestra e porta tutto in cima alle classifiche di mezzo mondo — quello ci riguarda. Perché dimostra che la cultura che ci appartiene, quella della pista, della notte, del groove collettivo, ha un peso specifico che il pop mainstream riconosce e rispetta.
Non è poco.
Perché Rosalía ha intitolato un brano “Berghain”? Berghain è il club techno più famoso al mondo, a Berlino. Il titolo evoca un’estetica precisa — liturgia laica, rituale collettivo, oscurità controllata — che Rosalía usa come riferimento culturale per il brano.
“Lux” è un album dance? No. È un album pop-orchestrale sperimentale. Ma contiene riferimenti espliciti alla cultura club, a partire dal featuring con Yves Tumor e Björk, due artisti centrali per la scena elettronica alternativa.
Troveremo remix di “Berghain” per i dancefloor? Quasi certamente sì. La struttura del brano si presta. Quando usciranno, ve li portiamo qui.
Guarda il video di “Berghain”
Ascolta Radio Appalla — cassa e basta. E dicci nei commenti: se qualcuno rimixasse “Berghain” in chiave techno, lo vorresti nel tuo set?
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