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Main Stage by ONESOLO #001 ONESOLO
C’è un momento preciso in cui Elena Tanz ha capito cosa avrebbe fatto della sua vita. Aveva otto anni, era domenica pomeriggio, e suo padre l’aveva lasciata sola nello studio di Rete Nord Est — l’emittente privata che aveva fondato in Friuli negli anni Ottanta — a guardare un vinile che girava.
Sul piatto c’era I Feel Love di Donna Summer. Sul bordo del disco, la linea scura che indicava la fine della traccia. E lei, ogni trenta secondi, correva nell’altra stanza ad avvisare che la canzone stava per finire.
Da quella domenica sono passati più di trent’anni. Elena Tanz è diventata una delle DJ più longeve e rispettate della scena dance italiana: oltre duecento date all’attivo, collaborazioni con Gigi D’Agostino, un decennio nel team m2o, un laboratorio creativo indipendente aperto nel 2016. E adesso, oltre alla consolle, anche un libro — Vicini, un thriller nato da una storia vera — e una nuova casa radiofonica: Radio Appalla.
L’abbiamo incontrata per ripercorrere tutto questo. E molto di più.
Elena, partiamo dall’inizio: che ricordi hai dei tuoi primi approcci alla musica nella radio di tuo padre?
Ciao e grazie di questo spazio bellissimo che mi state dedicando!
Il primissimo ricordo è ancora estremamente vivo nei miei occhi. Ero bambina, credo di aver avuto all’incirca otto anni — era domenica pomeriggio ed ero in radio con mio papà. Stava suonando un disco: I Feel Love di Donna Summer, e lo stavamo registrando su cassetta (al tempo la programmazione notturna e le ore non in diretta giravano su cassette).
Mio padre mi fece guardare il vinile in controluce e disse: “La vedi quella linea più scura? Quando la puntina arriva lì vuol dire che la canzone è finita. Io vado di là a fare delle cose, avvisami prima che finisca.” Mi lasciò sola nello studio della diretta, a guardare quel vinile ruotare. Non avevo idea di quanto dovesse essere vicina la puntina a quella linea più scura. Così ogni trenta secondi correvo agitata nell’altra stanza ad avvisare mio papà che la canzone stava per finire, perché la puntina mi sembrava sempre più vicina. A lui ovviamente bastava ascoltare dalla stanza accanto per capire a che punto fosse la traccia, ma veniva comunque a guardare il disco per dirmi: “Ooh, manca ancora tantissimo.”
Ecco — quello è stato il mio primo approccio “responsabile” alla radio e alla gestione del tempo.
Quanto ha influenzato quella esperienza il tuo percorso artistico?
Tantissimo. La radio è importantissima. Ti dà il senso del tempo e della continuità. E per me quella esperienza è stata tutto. Non penso che avrei fatto la DJ se non avessi avuto la grande possibilità di avere tutta quella strumentazione e quella musica a disposizione. E credo che non avrei nemmeno avuto quella formazione e cultura musicale. È stato uno step fondamentale.
Nel corso degli anni hai costruito un’identità musicale forte e riconoscibile. Cosa ti ha spinta a scegliere la musica elettronica e, in particolare, il DJing?
L’amore. Le endorfine che provo quando mixo, l’adrenalina quando lo condivido con un pubblico. La profonda sensazione di benessere, di sentirmi integrata in consolle — un posto che sento mio, che non mi ha mai fatto dubitare di me. La storia d’amore più lunga della mia vita, con le sue battaglie, le ferite e le vittorie, in una corsa che non si ferma mai.
Hai vissuto e contribuito all’evoluzione della scena dance italiana. Come descriveresti i cambiamenti principali che hai visto negli ultimi decenni?
Penso che ci sia stato un cambio d’epoca, non solo generazionale. Un po’ come il passaggio dall’età della pietra all’era successiva. Ora da età moderna ci troviamo nell’era digitale, ed è cambiato tutto — in primis il ruolo della musica nelle vite di ognuno. Internet e i dispositivi elettronici hanno portato una rivoluzione quotidiana a una velocità folle, al punto da non riuscire ancora a rendercene conto. La musica un tempo era una priorità assoluta. Ora lo è ancora, ma accanto ad essa se ne sono aggiunte tante altre. Così anche i luoghi: ci sono posti rimasti intrappolati in qualcosa che non c’è più, altri che stanno combattendo per trovare la propria identità in un’epoca che impone il cambiamento.
Hai spesso parlato del ruolo delle donne nel mondo del clubbing. Quanto è stato difficile, agli inizi, affermarti in un contesto dominato da uomini?
Ho dovuto combattere in ogni singolo momento della mia carriera. Agli inizi degli anni 2000 le donne DJ erano pochissime — spesso mi sentivo un animale allo zoo, con il pubblico che mi guardava stranito mentre cercavo di costruirmi la mia credibilità, prima tecnica e poi musicale. Tutto questo sgomitando tra uomini in veste da prime donne che avevano paura le venisse rubata la scena.
Superate le scaramucce e tutte le bassezze incontrate per strada, è arrivato il periodo delle donne che si esibivano in topless — e quindi ho dovuto lottare affinché l’attenzione fosse per la musica e non per la mercificazione del corpo femminile. Passato anche questo, mentre la mia carriera prendeva forma espandendosi nel settore della produzione, non ho mai smesso di lottare per avere la stessa credibilità dei miei colleghi.
Ti sei mai trovata costretta a dover “dimostrare di più” rispetto ai tuoi colleghi maschi?
Sempre. E non ho mai smesso di farlo. Ma è una competizione con me stessa, non con i miei colleghi. È brutto dover dimostrare sempre qualcosa a qualcuno, ma c’è anche il risvolto positivo: un costante miglioramento e appagamento personale. L’obiettivo è cercare di offrire sempre la versione migliore di me in consolle.
Cosa si potrebbe fare concretamente per rendere la scena elettronica più inclusiva?
Dare più spazio alle donne competenti, e non soffermarsi solo a quelle contenute in un “bell’involucro”. Testare la competenza, non fermarsi all’aspetto esteriore. Penso che questo sarebbe un ottimo punto di partenza.
Quali pensi siano i passi fondamentali per arrivare a una piena tutela e valorizzazione del mestiere?
Ricordate quando c’erano le carte d’identità di carta, con lo spazio in cui indicare la professione? Io ho sempre avuto la dicitura disc jockey e l’ho sempre percepito come un lavoro anche formalmente. Col senno di poi, penso che la nostra professione dovrebbe fare un passo indietro: eliminare gli improvvisati e riprendere la credibilità che aveva negli anni Novanta.
All’epoca i DJ erano punti di riferimento — avevano conoscenza, competenza, tecnica e gavetta sulle spalle. La tecnologia ha reso la nostra professione accessibile a chiunque, persino a veline e influencer, e in un certo senso ha portato a devalorizzare il nostro ruolo, denigrandolo a qualcosa che “possono fare tutti”. Sappiamo benissimo che non è così. Quindi, secondo me, bisognerebbe prima riconquistare autorevolezza, e poi tutelare e affermare la categoria dal punto di vista sociale e burocratico.
Quanto pesa la dicotomia tra il DJ da social e il professionista che lavora dietro le quinte?
Purtroppo pesa tantissimo. Bisognerebbe aggirare l’ostacolo sfruttando i social per differenziarsi e far emergere le proprie competenze.
Il tuo libro è un progetto molto personale. Come è nata l’idea?
Mi reputo una creativa, e la musica — benché sia la mia priorità — non è l’unica forma con cui mi esprimo. Amo la grafica, i colori, e amo anche scrivere. Da quando avevo quattordici anni ho l’abitudine di tenere dei diari su cui appunto pensieri e le cose che mi succedono.
L’ultimo anno è stato molto difficile per una lunga serie di cose, tra cui un’inquietante esperienza di trasloco e dei vicini pericolosi. Quando la vicenda si è conclusa, rileggendo le pagine del mio diario, mi sono resa conto di avere in mano la trama di un thriller a tutti gli effetti. Così ho preso quella storia e l’ho voluta condividere pubblicamente: ho romanzato quelli che erano pensieri o racconti frammentari e ne ho fatto una storia. Certe cose non sono solo da film — possono succedere davvero, anche se nessuno se lo aspetterebbe.
C’è un messaggio che speri arrivi a chi legge Vicini?
Non amo fare le morali o lasciare insegnamenti — ritengo che non esistano maestri di vita. Il mio unico obiettivo è condividere un’esperienza, perché la vita è fatta di tante cose belle, di sogni che a volte ti fanno inciampare in vicende che prendono la piega di un incubo.
Il titolo Vicini è nel senso più stretto del termine: quelli della porta accanto. E se vogliamo, anche la mia conclusione di non poter scindere il privato dalla mia sfera lavorativa, perché sono in simbiosi. Complementari. Vicini. Attaccati.
C’è qualche giovane artista che ti sta colpendo in questo momento?
Nutro forti speranze in una giovane ragazza da poco entrata anche nel team di Radio Appalla: ONESOLO. Ho avuto modo di conoscerla — è una ragazza piena di talento, con una forte gavetta alle spalle, idealista, visionaria, entusiasta. Spero che asfalti tutti gli improvvisati con la sua energia!
Dove sta andando oggi Elena Tanz? Hai nuovi progetti in cantiere?
Sono in cantiere tre progetti grossi. Uno riguarda i miei spettacoli live, uno è musicale — voglio spingermi oltre, è in costruzione e non ha ancora una forma definita. E poi vorrei sperimentare un’esperienza di branding che nulla ha a che vedere con la musica e con questo settore. Devo ancora capire se è fattibile o resterà solo un sogno.
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Scritto da: Redazione
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