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Main Stage by ONESOLO #001 ONESOLO
Non è un album “da club” in senso tradizionale, ma è impossibile ignorarlo se vivi la dance: “Lux” di Rosalía è una mossa dirompente che porta l’orchestra dentro l’immaginario del dancefloor e riporta il dancefloor dentro una liturgia pop di forte intensità spirituale. Uscito il 7 novembre 2025, il quarto lavoro di Rosalía trasforma la grammatica del pop contemporaneo in un dispositivo a quattro movimenti, cantato in tredici lingue e registrato con la London Symphony Orchestra: un progetto ambizioso che evita il citazionismo “classical crossover” e prova a fondere davvero mondi diversi.
Perché ne parliamo su una testata dance? Perché il dialogo tra pulsazione elettronica e dimensione rituale che sta al centro della club culture qui trova una narrazione inedita. L’innesco è il singolo “Berghain” (titolo che evoca il tempio techno di Berlino): un brano dove archi e cori camminano su pattern percussivi scolpiti, con un immaginario visivo che cita l’“orchestra nera” a pedinamento costante—un’idea di processione laica che risuona molto con l’estetica delle notti techno. Nel pezzo compaiono Björk e Yves Tumor, due nomi che la scena elettronica considera punti cardinali: non solo featuring prestigiosi, ma coordinate culturali.
Sul piano della ricezione critica, “Lux” ha incassato recensioni entusiastiche: 5 stelle da Rolling Stone UK, che lo definisce “un’opera sbalorditiva e ambiziosa” (e sottolinea l’uso delle 13 lingue); negli USA, Rolling Stone ha parlato del suo lavoro “più stupefacente”; Pitchfork l’ha insignito del bollino Best New Music. Non è solo hype: i numeri confermano l’attenzione—record Spotify per un’album in lingua spagnola pubblicato da un’artista donna nel suo primo giorno.
“Lux” gioca su dinamiche più che su drops: crescendi orchestrali, spazi corali, percussioni che nascono acustiche e finiscono trattate in modo elettronico. L’intreccio delle voci femminili (ospiti come Carminho, Estrella Morente e Sílvia Pérez Cruz) resta ancorato alla tradizione iberica, ma nei dettagli produttivi—compressioni, micro-campioni, trasparenze ambient—si sente la mano di una generazione abituata a pensare in stems e layers. Le firme e gli arrangiamenti (fino a Caroline Shaw, Noah Goldstein, Pharrell) raccontano un metodo di studio ibrido e molto contemporaneo, che parla anche la lingua del club producer.
L’idea di cantare in tredici lingue—ogni lingua come specchio di una figura femminile—potrebbe sembrare lontanissima dalla cassa in quattro. Eppure, se guardiamo alla pista come spazio rituale (letti e analizzati infinite volte dalla cultura dance), l’operazione di Rosalía tocca corde simili: costruisce appartenenza attraverso gesti ripetuti (pattern, modulazioni), invoca trascendenza (i cori, la riverberazione), lavora sul corpo collettivo. In questo senso, “Lux” non è un album “contro” il club: è un album che amplifica la grammatica del club in una cattedrale pop.
The Guardian
Al netto del titolo, “Berghain” usa una metrica lenta e solenne che invita a remix e re-edit. La presenza di Björk e Yves Tumor sposta il baricentro verso un’elettronica sperimentale e testuale: immaginiamo già versioni club-ready che scolpiscano la parte ritmica e alleggeriscano la densità corale mantenendo l’aura. Il video diretto da Nicolás Méndez ha un’estetica che chi frequenta i club riconosce: colore ridotto, trama a pedinamento, attenzione al gesto. È materiale che parla la lingua del festival di oggi, dove momenti di sospensione convivono con l’impatto.
Pitchfork
L’abbraccio della critica non è soltanto premio ai rischi artistici: indica una fame di complessità nel pubblico mainstream. Che Rolling Stone UK assegni 5★ e Pitchfork marchi Best New Music la dice lunga su come “Lux” sia percepito—una scommessa sul lungo periodo, di quelle che cambiano la conversazione. Per la nostra community: avere un album di pop “alto” che parla apertamente all’immaginario techno (anche solo per un singolo) sposta i confini e legittima la contaminazione—quella che ha reso la club culture un laboratorio culturale, prima ancora che un mercato.
“Lux” non sostituisce il bisogno fisico del dancefloor—lo prepara e lo rilegge. Per chi ascolta dance tutti i giorni, è un album da tenere in rotazione accanto alle uscite più utilitarie da set: fonte di idee su intro, breakdown, chiusure emozionali, ma anche di conversazioni che meritano di arrivare in radio, podcast e palchi. Per noi di Radio Appalla, è il segnale che la scena globale non ha paura di mescolare i registri: uno statement che fa bene al clubbing.
Scritto da: Andrea Rango
Album archi contaminazione musicale Lux orchestra Rosalìa
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